Durante il processo in corso presso la Corte d’Assise di Bologna, il comandante della polizia locale di Anzola e Sala Bolognese, Silvia Fiorini, ha fornito chiarimenti cruciali su questo caso, in particolare riguardo all’arma utilizzata da Giampiero Gualandi, ex comandante accusato di omicidio volontario aggravato
Il tragico omicidio della vigilessa Sofia Stefani, avvenuto il 16 maggio 2024, ha sollevato molte domande e preoccupazioni riguardo alla gestione delle armi da parte delle forze di polizia. Durante il processo in corso presso la Corte d’Assise di Bologna, il comandante della polizia locale di Anzola e Sala Bolognese, Silvia Fiorini, ha fornito chiarimenti cruciali su questo caso, in particolare riguardo all’arma utilizzata da Giampiero Gualandi, ex comandante accusato di omicidio volontario aggravato. Fiorini lo ha detto testimoniando davanti alla Corte d’Assise di Bologna, presieduta dal giudice Pasquale Liccardo, nel processo nei confronti di Giampiero Gualandi, 63enne ex comandante della Polizia Locale di Anzola Emilia (Bologna) accusato dell’omicidio volontario aggravato (dai futili motivi e dal legame affettivo) della collega Sofia Stefani, 33 anni, con cui aveva una relazione extraconiugale.
Dettagli sull’arma e sul protocollo
Fiorini ha spiegato che, dal primo gennaio 2024, Gualandi aveva la responsabilità dell’ufficio contenzioso, un servizio interno che non prevede l’uso di armi. “Era assegnatario di un’arma, ma non la poteva portare”, ha dichiarato, sottolineando che Gualandi partecipava ad esercitazioni programmate al poligono. Questo aspetto è fondamentale, poiché evidenzia la violazione delle normative interne riguardanti l’uso delle armi.
- Gualandi non aveva il diritto di portare l’arma d’ordinanza.
- Era assegnato a un ufficio che non richiedeva l’uso di armi.
- Non era mai stato visto maneggiare l’arma in ufficio.
Il clima lavorativo teso
La testimonianza di Fiorini ha messo in luce anche la deteriorazione dei rapporti tra Gualandi e il personale. Descrivendo un ambiente di lavoro caratterizzato da tensioni, ha affermato: “Con Gualandi non c’erano rapporti distesi”. Il suo comportamento era descritto come ostruzionistico, creando un clima di conflitto e disagio tra i colleghi.
Le affermazioni di Fiorini sono supportate da un contesto di tensione preesistente, che potrebbe aver influenzato la dinamica dell’incidente. L’omicidio è avvenuto nell’ufficio di Gualandi, il quale ha sempre sostenuto si sia trattato di un incidente, mentre l’accusa ritiene che si tratti di un gesto volontario.
La questione dell’idoneità al servizio
Un altro punto cruciale emerso durante la testimonianza riguarda l’idoneità di Gualandi al servizio. A partire dalla fine di settembre 2021, aveva ricevuto una idoneità con limitazioni, suggerendo che la sua capacità di operare in situazioni di stress fosse compromessa. “Gualandi non ne ha più fatti”, ha aggiunto Fiorini, rispondendo alle domande della procuratrice aggiunta ed evidenziando la problematicità del suo comportamento.
La comunità locale ha reagito con indignazione all’omicidio di Stefani, portando a una riflessione più ampia sull’uso delle armi da parte delle forze di polizia. La sicurezza sul posto di lavoro e le relazioni personali complicate sono diventate temi centrali nel dibattito pubblico.
La Corte d’Assise continua ad esaminare le prove e le testimonianze, mentre il pubblico attende con ansia l’esito di questo caso che ha scosso profondamente la comunità di Anzola e oltre. La questione dell’armamento e delle responsabilità all’interno delle forze di polizia rimane uno dei punti chiave da affrontare per garantire la sicurezza di tutti, sia degli agenti che dei cittadini.